The Black Dahlia

Inserito da Alex Quadrelli | Pubblicato in Recensioni | data 05-01-2007

Il film è la trasposizione cinematografica di un romanzo di James Ellroy scritto nel 1987 e ispirato ad una storia realmente accaduta. I romanzi di Ellroy sono sempre molto complicati, perché la loro struttura segue storie diverse in modo quasi parallelo. Portarle sul grande schermo è sempre un’operazione complessa, alla quale Brian De Palma non si sottrae ma che solo in parte riesce a portare a termine. Il regista usa il cinema più come mezzo visivo che come strumento narrativo e dà più importanza alle emozioni trasmesse attraverso l’uso sapiente delle inquadrature.
“The Black dahlia” è un noir violento e ossessivo, impeccabile dal punto di vista estetico e con alcuni spunti di grande cinema ma dalla trama troppo elaborata e anche un po’ confusa. Non un capolavoro quindi, ma un film che vi consiglio di vedere perché ci sono tutti gli ingredienti del cinema di De Palma: raffinata ricostruzione ambientale(straordinario il lavoro del grande Dante Ferretti), dettagli curati in modo quasi maniacale, piani sequenza usati in modo magistrale.
Ambientato nella Los Angeles del 1947 fatta di “crimine, sesso e patologie stravaganti”, il film prende spunto dal raccapricciante omicidio di Elizabeth Short, una giovane attrice di Hollywood, soprannominata dalla stampa la “Dalia nera”. A indagare sul caso vengono chiamati due investigatori: Bucky Bleichert (Josh Hartnett) e Lee Blanchard(Aaron Eckhart). L’omicidio della ragazza darà luogo ad una serie di indagini collaterali che coinvolgeranno i due investigatori in modo imprevisto. Blanchard scopre che la fidanzata Kay, interpretata dall’intrigante Scarlett Johansson ha qualcosa a che vedere con il caso , mentre il collega Bleichert è attratto dall’enigmatica Madeleine Linscott (Hilary Swank), che interpreta una convincente femme fatale. I personaggi del film si muovono in quell’ambiente suburbano tanto caro alla letteratura noir americana.
Purtroppo nel film non si ritrova la cupezza del romanzo di Ellroy e la divisione tra corrotti e corruttori è forse troppo netta. Apprezzabili invece le interpretazioni dei protagonisti, soprattutto Hilary Swank si conferma un’attrice matura mentre il bravissimo Aaron Eckhart è efficace nella caratterizzazione del suo personaggio.


Cars – Motori ruggenti

Inserito da Alex Quadrelli | Pubblicato in Recensioni | data 23-11-2006

Un altro capolavoro dell’animazione tridimensionale firmato dalla ditta Disney-Pixar Animation Studios. Non più giocattoli, insetti, mostri nascosti nelle camerette dei bambini ma bensì bolidi da corsa che assumono sembianze umane! Grazie ad un uso appropriato della tecnica dello stretch & squash, classico dell’animazione tradizionale, le macchine riproducono la mimica facciale umana deformandosi in ogni direzione e assumendo espressioni veramente divertenti. RenderMan, il software di renderizzazione proprietario della Pixar e la ricerca esasperata della perfezione, hanno fatto in modo che le macchine prendessero vita. Per le scene di movimento, Il lavoro ha richiesto uno studio approfondito della fisica dei veicoli: attrito al suolo, forza centrifuga, gravità, scie di polvere ma Il risultato è veramente sorprendente. La trama si presta a diversi livelli di lettura ed è adatta ad un pubblico eterogeneo: il protagonista è Saetta McQueen, un bolide nel mondo professionistico delle corse ad alta velocità. Durante un trasferimento lungo la storica Route 66 per raggiungere la California, Saetta contende la Piston Cup nell’ultima gara della stagione. Da qui tutta una serie di esilaranti avventure (da sganasciarsi dalle risate la scena dei trattori-mucca) insieme agli altri veicoli. La direzione del film è affidata a John Lasseter e Joe Ranft (co-regista e co-autore della storia). Per il doppiaggio in lingua italiana la scelta è caduta su personaggi del mondo dello spettacolo, vediamo così il debutto di Sabrina Ferilli(Sally), del bravo Massimiliano Manfredi (Saetta McQueen), del geniale Pino Insegno (Chick Hicks) e del comico di Zelig Marco Della Noce (Luigi), forse il più divertente del film.
Non potevano mancare i piloti di formula1: Alex Zanardi (Guido), Michael Schumacher (se stesso), Jarno Trulli (DJ), Giancarlo Fisichella (Boost), Ivan Capelli (Darrell Cartrip) con piccole parti cameo.


Sam Peckinpah

Inserito da Alex Quadrelli | Pubblicato in Recensioni | data 08-10-2006

Un piccolo omaggio ad uno dei miei registi americani preferiti: Sam Peckinpah, un perfezionista dal carattere turbolento e litigioso. Quattordici film e una vita spesa tra donne, alcool e droghe; “Bloody Sam”, come lo chiamavano a Hollywood, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta ha avuto il merito di rivitalizzare il genere western raccontando la fine di un’era con massicce dosi di passione e crudo realismo. Contrariamente a quanto avevano fatto altri registi western, Peckinpah ambienta i suoi film agli inizi del 1900, i suoi personaggi guardano alla realtà con un occhio disincantato e sono sempre chiamati a risolvere il conflitto tra i loro ideali e la corruzione dilagante della società americana di inizio secolo. Non c’è più il clima romantico delle opere di John Ford, i protagonisti dei film di Peckinpah vivono in un’epoca in cui il periodo della conquista del West è al tramonto e le loro azioni sono dettate da un istinto di sopraffazione. Per loro non c’è un futuro da costruire o un a città da fondare, la violenza non è l’eccezione ma una costante delle loro vite, un modo per rimandare il loro appuntamento con la morte. Il crudo realismo è una costante in quasi tutti i film di Peckinpah e l’uso della tecnica dello slow motion è lì a sottolinearne la violenza, come nel massacro finale de “Il mucchio selvaggio” del 1969, considerato il suo capolavoro. Sam Peckinpah è stato il regista che pù ha rinnovato il western targato Hollywood e che ha maggiormente influenzato registi moderni come John Woo. Qualche consiglio? Il bellissimo “Sfida nell’Alta Sierra” del 1961 con James Coburn e “Il mucchio selvaggio” con William Holden.


Grizzly man

Inserito da Alex Quadrelli | Pubblicato in Recensioni | data 12-04-2006

Non aspettatevi un film animalista! Il regista tedesco Werner Herzog racconta in forma documentaristica la storia di Timothy Treadwell, un giovane naturalista americano che ha passato 13 estati (dal 1990 al 2003) in una riserva naturale dell’Alaska in mezzo agli orsi grizzly con l’intenzione di proteggerli dai bracconieri.
Il giovane ha documentato la sua esperienza attraverso una piccola telecamera che ha ripreso il suo progressivo avvicinamento al mondo animale e il contemporaneo allontanamento dal mondo dei suoi simili.
Una sorta di diario in cui Treadwell si mostra al mondo esterno con tutte le sue passioni e le sue debolezze. Ciò che rende affascinante questo documentario è la contraddittoria e disperata ricerca di un uomo del proprio spazio nel mondo, perseguita con straordinaria determinazione e furore autodistruttivo. Il giovane americano si allontana dalla società degli uomini nel tentativo di sfuggire alla pericolosa spirale di alcool e droga in cui era finito. Parte alla ricerca di un’alternativa e spera di trovarla nelle leggi irrazionali del mondo animale.
Treadwell era uno di quegli eroi solitari che Herzog ama e che sono spesso protagonisti dei suoi film(Fitzcarraldo). Uomini che sondano lo spazio ignoto che separa il regno animale da quello umano e lo fanno fino in fondo, pagando un prezzo altissimo. A volte estremo! Pur non condividendo l’approccio alla natura di Treadwell, Herzog non ha la pretesa di emettere giudizi ed ha l’umiltà di mettersi da parte come regista. Lo scopo che si prefigge è la ricerca di un equilibrio possibile tra il mondo animale e quello umano partendo dall’esperienza di Timothy Treadwell, raccontata anche attraverso le interviste alle persone che lo conoscevano da vicino.

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