Into the Wild

Inserito da Roberto Tabucchi | Pubblicato in Recensioni | data 14-04-2008

Presentato in anteprima al festival del Cinema di Roma esce finalmente in noleggio l’ultimo capolavoro di Sean Penn, “Into The Wild”, un road movie drammatico, intimo e assoluto che racconta la vera storia di Christopher McCandless, un ventiduenne americano appena laureato ma già saturo della civiltà dei consumi e del benessere fittizio, che decide di abbandonare la famiglia (luogo di menzogna e ipocrisia, specchio della società moderna occidentale), le promettenti prospettive di studio e professione, per affrontare un viaggio senza nessun sostegno né economico né umano che lo porterà nei luoghi più selvaggi degli Stati Uniti, fino ad immergersi nella gelida natura dell’Alaska. Dopo aver rinunciato anche al suo nome, ultimo orpello della vita che si sta lasciando alle spalle, Chris diventa Alex Supertramp (il supervagabondo), brucia i documenti, dà in beneficenza tutti i suoi risparmi (circa 24mila dollari) e senza nessun appiglio se non quello della pura sopravvivenza, percorre e macina migliaia di chilometri ponendo una distanza irrimediabile tra sé e il suo passato. Seguendo “il richiamo della foresta” di Jack London (uno dei testi formativi dell’identità americana più profonda), l’emotività utopista e gli ideali estremi di Tolstoj, il coraggio irrequieto di Henry Thoreau (l’autore di “Walden, ovvero la vita nei boschi” ma anche di “La disobbedienza civile”), Alex (a-lex = senza legge) cerca attraverso la solitudine e la vastità della natura selvaggia un proprio ideale di perfezione. Un’esperienza estetica (come annota nel suo diario), prima ancora che morale o fisica. Non solo quindi un viaggio di formazione, ma una crescita spirituale e mistica che coinvolge un intero popolo che negando il contatto con la terra ha negato la grandezza delle sue radici. Sean Penn ripercorre tutte le tappe del viaggio di Chris/Alex in questo suo adattamento del bestseller di Jon Krakauer (edito in Italia da Carbaccio e intitolato “Nelle terre estreme”) dividendo il film in 5 capitoli: “La mia nascita”, “L’adolescenza”, “L’età adulta”, “La famiglia”, “La conquista della saggezza”. Cinque fasi distinte raccontate dalla voce over della sorella, in cui il protagonista (interpretato da un magnifico Emile Hirsch) attraversa nuove porzioni di mondo, ne affronta i pericoli, incontra persone e stati esistenziali, vede e impara, raccoglie, elimina tutto ciò che è indotto e diventa pura natura. Ogni tappa del suo viaggio è dunque un avvicinamento a una perfezione che sempre più si sposta. Nonostante doni e riceva amore dalle persone che incontra (i due “figli dei fiori” sopravvissuti alla fine del loro mondo, che percorrono ormai una strada chiusa; il vecchio Ron che ha perso tutto e si nasconde dalla vita; la giovane cantante Tracy, deliziosa tentazione ad abbandonare il viaggio), nonostante tutto ciò Chris con il coraggio testardo e crudele d’ogni vocazione alla santità, uccide l’amore e la comprensione degli uomini per oltrepassare limiti e confini. Quel che cerca infatti non è una nuova frontiera, ma l’assenza di ogni frontiera, la nudità, la purezza assoluta. Così s’inerpica nelle solitudini del mondo, arrivando (nel “finale di partita”) in mezzo al bianco infinito e intatto d’Alaska. Un cinema con molti padri, quello di Sean Penn (Malick, Herzog, Cassavetes, il Lynch di “The Straight Story”) ma ormai perfettamente in grado di camminare da solo verso le terre selvagge. Anche stilisticamente quest’opera nel contempo epica e intimista convince, in perfetto equilibrio tra riprese classiche e soluzioni sperimentali. Le profondità degli sguardi, dei silenzi, dei paesaggi incontaminati dell’America selvaggia, rendono “Into the Wild” un film maestoso e sommesso al tempo stesso. Un’opera in cui la complessità della modernità, trova una via di fuga nella naturalezza con cui le inquadrature mostrano l’evolversi della vicenda e dei personaggi. D’altronde Chris ha una personalità naturalmente congeniale al trasgressivo Sean Penn: estremismo morale e fermezza di giudizio fanno di lui uno sradicato etico estraneo a una civiltà che puzza di ipocrisia e di inutile prudenza. Straordinari tutti gli interpreti, a partire dal protagonista Emile Hirsch, che confeziona un ritratto complesso di un giovane dalla personalità al confine tra eroismo e fragilità, nevrosi e ricerca di purezza. Superlativi i genitori, “raggelati” nel loro ruolo borghese: William Hurt , un padre e marito a metà, inutilmente despota e in conflitto perenne con la moglie, la sempre brava Marcia Gay Harden. Giustamente candidato all’oscar l’attempato Hal Holbrook, che trova qui il ruolo della vita. Le canzoni evocative di Eddie Vedder (voce dei Pearl Jam) sono uno struggente commento sonoro alla parabola esistenziale di Chris. I testi cantati diventano sceneggiatura, la sceneggiatura musica e le immagini scorrono come poesie. E su tutti … la natura incontaminata.


300 al VideoVip!

Inserito da Roberto Tabucchi | Pubblicato in Recensioni | data 09-11-2007

Esce finalmente in noleggio, in tutti i punti Videovip, 300. E allora parliamo con i numeri: 480 a.C. – battaglia delle Termopili: trama e finale sono noti da 2.487 anni. 1962 d.C., esce il film “The 300 Spartans” (in Italia intitolato “L’eroe di Sparta”) di Rudolph Matè. 1998 d.C., l’autore di fumetti Frank Miller, che annovera la visione del film di Matè come una delle sue esperienze formative più importanti per la sua arte, scrive e disegna 300, un comic book in 5 numeri poi ripubblicato come graphic novel. 2007 d.C., il regista Zack Snyder dirige 300, l’adattamento cinematografico del fumetto di Miller. 12 settembre 2007, esce in home-video 300. Ricapitoliamo: battaglia storica, cinema, fumetto, cinema, home-video. Un successo inaudito, seguito da un polverone mediatico capace di scombussolare mezzo pianeta (la metà ricca). Perché? E perché gli studios decidono di rischiare budget di almeno cento milioni di dollari per portare sugli schermi personaggi storici proprio in questo momento? Qualcuno ci vuol far credere che la risposta vada cercata nella tecnologia digitale, nella facilità con cui si possono costruire con un PC campi di battaglia, città antiche, eserciti ecc… Quel “qualcuno” si chiama Jim Moriss, ed è (guarda caso) l’amministratore delegato della Industrial Light & Magic, la casa di effetti speciali fondata da George Lucas. Ma non tutti raccolgono in pieno questa tesi. Secondo Anthony Everitt, autore di una biografia su Cicerone balzata in testa alla lista dei best-seller americani, la scelta di tornare al passato è anche un segno dei tempi e un effetto indiretto dell’11 settembre: “La nostra cultura politica – afferma lo scrittore – appare fluida e instabile e c’è la sensazione che i classici potranno darci un po’ di luce, persino se trasformati in fumetto”. UN PO’ DI LUCE?? Woody Allen diceva che quando ascoltava Wagner gli veniva voglia di invadere la Polonia. Vedendo 300 può venir voglia di invadere l’Iran (che una volta si chiamava Persia – per chi non lo ricordasse). Ed è proprio per questo che Ahmadinejad si è imbufalito ed ha definito “un parto scellerato dei neocrociati americani” il film di Snyder, che rappresenta i persiani come immorali, lascivi, infidi, schiavisti e persino effeminati. Certo le scenografie digitali un po’ di ragione gliela danno: gli spartani sono eroi seminudi, estremi, lisci e bronzei, un trionfo di muscolatura pettorale e addominale: uomini d’onore capaci di combattere fino alla morte. I persiani invece sono tutti vestiti, dalla testa ai piedi, o meglio, dal turbante alle scarpette, in pieno gusto gay, e mandano in campo mostri, giganti, elefanti … per evitare il corpo a corpo. Però nel film non si racconta che la Persia era un continuo partner politico che Atene e Sparta chiamavano in causa ogni qual volta si doveva contare su una tattica per distruggere il proprio nemico, né si racconta di uno degli imperi più pacifici della storia della civiltà umana. Ma che volete farci gente, questo è un film epico e la battaglia della Termopili si presta bene al genere, anzi sembra fatta apposta: i nostri eroi supermacho, capaci di mandare in frantumi il ricordo di un qualsiasi Conan, resistono all’attacco di mostri gay, di un nemico strapotente ma corrotto e, nonostante la netta minoranza numerica (300 contro 700 mila, ma c’è chi dice anche 1 milione – lo dice un certo Erodoto), gli spartani sgozzano i persiani che è un piacere, in un’ondata di sbudellamenti e decapitazioni che neanche Schwarzenegger e Bruce Willis ai tempi d’oro, hanno mai visto. Ma si sa, l’epica è questo: un contenitore di valori, leggende, miti, orgoglio, morale, coscienza, di forze del bene opposte a quelle male in cui chiunque può riflettersi, può riconoscersi, o può opporvisi per sempre. E la storia di 300 è tutto questo. Ma si potrebbe anche ribattere: ok, va bene l’epica, però poi non c’è da stupirsi se un tipo come Ahmadinejad sia convinto che la Warner, casa cinematografica posseduta da ricchissimi ebrei americani, abbia usato il ricordo di quella sconfitta di 2 millenni e mezzo fa come metafora di ciò che potrebbe aspettarsi l’Iran di oggi se continuerà ad arricchire l’uranio per costruirsi la propria bomba atomica. Se poi proviamo a mettere al posto di Sparta il piccolo ma combattivo stato di Israele che non ha solo 300 guerrieri pronti a tutto, ma un numero uguale di testate nucleari capaci di rimandare lo stato islamico sciita di Teheran indietro all’età della pietra… bè, se immaginiamo tutto questo almeno una cosa la possiamo capire: come ha fatto un film basato su un fumetto ad alzare un tale polverone mediatico.


Zodiac

Inserito da Roberto Tabucchi | Pubblicato in Recensioni | data 09-11-2007

Esce finalmente in noleggio ZODIAC, l’ultimo lavoro di David Fincher (il regista di Seven e di Fight Club, per intenderci – ma anche di The Game, Alien 3, Panic Room). L’autore americano questa volta si è dovuto districare con una delle figure più saccheggiate dal cinema americano degli ultimi anni: “The Zodiac Killer”, di Tom Hanson – 1971; “The Zodiac Killer”, di Charles Adelman – 2005; “Zodiac Killer”, di Ulli Lommel – 2005; “The Zodiac”, di Alexander Bulkley – 2005 (uscito subdolamente in home-video a settembre 2007, proprio per essere scambiato per quello di Fincher – intanto il cliente medio non fa caso al nome del regista quando noleggia). Ma ora eccoci al dunque, e la prima cosa che salta all’occhio durante la visone del film, è che Fincher, a contrario dei suoi predecessori, se ne sbatte apertamente di illustrare l’ennesima caccia all’assassino: il suo è un dramma procedurale, fatto di dialoghi appuntiti e roventi squarci drammatici, che al percorso del criminale preferisce lungamente gli effetti devastanti che questo imprime su chiunque ne fiuti le tracce. E’ una storia vera che nasce dalla tragedia umana e si sviluppa nelle ossessioni e nelle angosce di una città posta sotto assedio. E’ una ricerca meticolosamente particolareggiata degli effetti che può avere una storia di così grande impatto mediatico sulla società. E ancora… è un serial-killer movie pensato soprattutto per spazzare via il genere anziché fornirgli nuovo nutrimento, ed è soprattutto un saggio sulla permeabilità al male e alla sua rappresentazione e spettacolarizzazione. Un thriller atipico, quindi, senza eroi né trionfi, che cita espressamente “Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo” (ispirato al caso Zodiac) solo per distanziarsene: se nel film di Don Siegel, Callaghan (interpretato da Clint Eastwood), nonostante il fallimento dell’inchiesta giudiziaria, mette fine alle azioni di uno squilibrato assassino a modo suo, ossia uccidendolo brutalmente, nel film di Fincher l’ispettore Toschi, anche se porta la pistola, non sparerà nemmeno un colpo. Il genere poliziesco compare per essere deliberatamente messo in contrappunto con la “realtà”, che non si piega alle regole della finzione. Il modello cui Fincher guarda è, semmai, il cinema americano civile e d’inchiesta che dominava negli anni ’70, come per esempio “Tutti gli uomini del presidente” (di Pakula – 1974), nel quale si tesseva una sorta di elogio del “vero americano” alla ricerca della verità. Del poliziesco resta quindi un’impronta vaga, e quel che Fincher ci mostra è solo il grigio d’una realtà grigia.


“La proposta” in uscita a noleggio

Inserito da Roberto Tabucchi | Pubblicato in Noleggio | data 26-09-2007

Accolto trionfalmente al Sundance Film Festival (la rassegna del cinema indipendente americano), varca l’oceano e approda nella vecchia Europa (prima alla Berlinale 2006 e poi in Italia), “The Proposition”, diretto da John Hillcoat. Il film, ambientato nell’Australia di fine ottocento, una terra che resiste con forza ad ogni intervento umano, rende omaggio a tutti gli archetipi del filone western (un po’ alla Peckinpah e Leone), quello fatto di eroi duri, violenti e solitari. Dopo il massacro di una famiglia di coloni il capitano inglese Stanley è intenzionato ad uccidere quello che secondo lui è l’istigatore della rivolta. Per attuare il suo piano propone un accordo ai fratelli del fuggitivo: offre a Charles di liberare il fratellino quattordicenne se accetterà di uccidere Arthur, il carismatico fratello maggiore, descritto come uno psicopatico, un “abominio”. Un personaggio che ricorda “Stagger Lee”, un uomo che uccide solo perché è in grado di farlo, protagonista di una canzone di Nick Cave contenuta nel disco “Murder Ballads”.
E questa non è una coincidenza, perché è proprio Nick Cave, uno dei più grandi cantautori e poeti della storia del rock, l’autore della sceneggiatura. Già osannata dalla critica americana come “un’opera superba, con grandi interpretazioni ed in grado di rilanciare il genere western”, la pellicola è una sorta di denuncia contro quei cowboy rudi e virili che hanno colonizzato le remote lande australiane in aperta contrapposizione sia con le forze inglesi che con gli aborigeni, espropriati dai loro territori, massacrati o ridotti in schiavitù. Protagonisti del film sono un violento Guy Pearce, già avvezzo ai mutamenti della natura umana nelle terre di frontiera (si pensi al magnifico “L’insaziabile”), e l’emergente Ray Winstone, nel ruolo del più giovane dei tre fratelli, l’unico che porterà avanti “Il Proposito” di una sanguinosa vendetta, fino ad affrontare poi una sorta di redenzione spirituale. Ed è proprio su quest’ultimo tema che si riconosce l’autore Nick Cave, il cantore della disperazione, dell’orrore e della morte (come sanno bene i suoi fans), in perenne conflitto tra l’ossessione per tutto ciò che è turpe e malato, e una disperata ansia di redenzione. Sospese sull’abisso di un’apocalisse imminente, tutte le sue canzoni raccontano di tragedie universali, ma sono sorrette da una fede (per certi versi allucinata) in un’entità soprannaturale. Con una serie impressionante di opere intense e commoventi, questo rocker maledetto si è affermato nell’arco di vent’anni come una delle voci più alte della musica contemporanea. I suoi brani sono carichi di maledizioni ataviche e i suoi versi rievocano le cupe atmosfere di Edgar Allan Poe e tutta la narrativa gotica, da LeFanu a Faulkner, ma anche le apocalissi di Milton, la delicata disperazione di Keats, le profezie di Blake, il teatro della crudeltà di Artaud e la maestosità delle Sacre Scritture. Le sue storie non si esprimono soltanto sotto forma di canzoni, ma anche in poesia, in narrativa (“Il re inchiostro”, 1984 – “E l’asina vide l’angelo”, 1989) o, come in questo caso, in sceneggiatura cinematografica. Non contento di occuparsi soltanto dello script, questa volta il vecchio Nick, da vero musicista, compone anche la colonna sonora, con l’aiuto di Warren Ellis, polistrumentista dei “Dirty Three” e violinista dei suoi “Bad Seeds”. La voce profonda, baritonale di Cave non è sempre presente, spesso è impercettibile, è un sussurro o addirittura un lamento. E la musica (minimale, contemplativa, malinconica, dagli scorci velvettiani) è segnata da cadenze regolari, come a voler indicare una marcia verso la morte. Alla fine però si percepisce un filo di speranza , soprattutto con “The Rider Song”, una sorta di filastrocca in cui il piano crea un varco di luce nell’oscurità. P.S. Oggi Nick Cave ha cambiato faccia: con un paio di baffoni spioventi e accompagnato da tipacci che assomigliano a vecchi cowboy ubriachi (in realtà sono gli amici di sempre: Jim Sclavunos dei “Cramps”, ma ache dei “Bad Seeds”, alla batteria; Warren Ellis dei “Dirty Three”, e sempre dei “Bad Seeds”, alla chitarra; Martyn Casey dei “Triffids”, al basso) ha formato i GRINDERMAN. La traduzione italiana potrebbe essere “l’arrotino”, ma il termine, mutuato dal titolo di una canzone di Memphis Slim, fa riferimento a sfregamenti sessuali senza troppi convenevoli (basti pensare che la prima traccia s’intitola “no pussy blues” – traducete voi). Discorso interessante, se si guarda al sound sporco, viscerale, di un album nato pressoché di getto, volutamente “live”, che filtra il cuore oscuro del blues con i malsani eccessi del punk e la rabbia del garage anni sessanta. Insomma, un ritorno sul luogo del delitto, in quelle cantine sporche dove la polvere fa raschiare la gola, piene di bottiglie vuote, di ispirazione a mille e nessuna concessione alle mode del momento. Bentornato maledetto Re Inchiostro. (bobotabuck)

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