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Miracolo a Sant’Anna
Inserito da Virgilio Ferrini | Pubblicato in Recensioni | data 09-10-2008
Doverosa premessa: il nuovo film di Spike Lee, a dispetto del titolo, non è un film sul massacro avvenuto il 12 agosto 1944 a Sant’Anna di Stazzema. Le polemiche che tutti abbiamo letto sui quotidiani, relativamente alla attendibilità storica dei fatti raccontati nel film, possono essere etichettate come “molto rumore per nulla”. Il tragico episodio è piuttosto un espediente narrativo per storicizzare una complessa vicenda di varia umanità che ruota intorno a quattro coloured soldiers della 92 Divisione di fanteria statunitense. Il tema fondamentale del film è la pretesa, da parte dei quattro Buffalo soldiers, di vedere riconosciuta la propria dignità di uomini e soldati. Dignità che viene negata in patria ed in terra straniera. E come vediamo nelle sequenze iniziali del film, non solo da parte della propaganda nazista, ma perfino dall’ufficiale di artiglieria statunitense che ha il compito di coprire la loro avanzata. Il quale, basandosi esclusivamente sul proprio pregiudizio e non sulle precisa richiesta avuta per radio dall’avanguardia di fanteria, valuta erroneamente la situazione e ordina di fare fuoco sulle posizioni impegnate dagli uomini della 92 Divisione che ripiegano. Dignità che verrà poi riconosciuta, verso la fine del film, dall’ufficiale tedesco che risparmia da morte certa l’unico superstite dei quattro e gli consegna una Luger, esortandolo a rimanere in vita fino all’arrivo dei rinforzi amici con le parole “si difenda, soldato”. La stessa Luger che trentanove anni dopo darà il via al lungo flashback narrativo. La Storia non conosce processi lineari e di conseguenza l’intreccio narrativo del film non può non essere complesso. Non solo per la molteplicità dei singoli caratteri e delle rispettive aspirazioni, ma soprattutto perché il film rinnega con decisione qualsiasi lettura manicheista della Storia. Non esistono buoni e cattivi l’un contro l’altro armati. Esistono uomini che agiscono per differenti cause, animati, lacerati ed accomunati dal dubbio. E nel film gli esempi non mancano. Il soldato americano Bishop, che chiede se può esistere un Dio che abbia permesso una guerra di tali proporzioni. Il caporale tedesco che salva il piccolo Angelo e quindi è costretto a disertare. Il partigiano Farfalla, che vive nel rimorso di avere ucciso in uno scontro a fuoco l’amico d’infanzia rimasto fedele alla causa fascista. Ludovico, l’irriducibile fascista che però non ha tradito Farfalla, sul quale pende una taglia di centomila lire ed un sacco di sale. Gli stessi Buffalo soldiers protagonisti della vicenda, che si interrogano se valga la pena di rischiare la vita per dei bianchi. Forse il dubbio rode perfino il comandante della pattuglia che si rende colpevole della strage e cerca di costruirsi un alibi se non altro per mettere a tacere la propria coscienza, come si intuisce dall’animata discussione con il partigiano che intende tradire Farfalla per vendicare la morte del fratello. Caratteri comunque tutti destinati a soccombere di fronte a logiche e meccanismi più grandi di loro. Quello che non è azzeccatissimo è il finale del film: il messaggio che nello stato di natura tutti gli uomini sono uguali perde forza a causa di un eccesso di retorica. Per tornare alle polemiche sulla verità storica, il film non intende essere una rigorosa ricostruzione dei fatti avvenuti a Sant’Anna di Stazzema. Ovviamente questo è compito per gli storici. Il cinema è e rimane finzione, e proprio perché finzione che tratta di temi universali può essere più autentico della realtà. Non esistono fatti, solo interpretazioni. Nella storia del cinema bellico ci sono esempi illuminanti di personaggi che, pur non avendo una reale e precisa connotazione storica, sono diventati archetipi dell’immaginario collettivo. Pensiamo al colonnelo Kurtz di “Apocalypse now” , che ha perso completamente la propria umanità perché sopraffatto dal vivere in perenne stato di conflitto per cause che non comprende o non condivide in pieno. Oppure al colonnello Dax di “Orizzonti di gloria” , che difende allo strenuo gli uomini sotto il suo comando perchè rifiuta l’idea di una carriera costruita su vani sacrifici di truppe e perché ha capito, in anticipo sui tempi, che le vecchie tattiche di cavalleria, superate ormai dall’impiego di nuove e letali armi, portano solo ad inutili massacri. Un personaggio, quello del colonnello Dax, la cui esistenza storica appare improbabile di fronte ai numeri relativi alle morti sul fronte occidentale durante la Prima Guerra Mondiale, ma che indubbiamente vive di luce propria. Merito da imputarsi, oltre alla magistrale interpretazione di Kirk Douglas, alla sapienza narrativa del regista. Ma ovviamente Kubrick era Kubrick.



