Hooligans

Inserito da Domenico Casini | Pubblicato in Recensioni | data 12-01-2007

Lo ammetto! Ho noleggiato Hooligans – Green Street il titolo originale, dal nome della via che porta al celebre Upton Park, lo stadio del West Ham United F.C.- per vedermi da solo, al buio, in perfetto silenzio all’una di notte con un dito di Bushmill’s, qualche bella scena di violenza gratuita. Sono stato accontentato…. 108 minuti di film e ben 5 risse che costituiscono la parte migliore del film, abbastanza realistiche e filmate con accuratezza ( anche se avrei preferito meno concessioni al pubblico di MTV), danno ritmo alla pellicola e scandiscono gli eventi, sono della lunghezza giusta, non si lasciano vincolare da spettacolari coreografie e sono contestualizzate,ovvero: siamo a Londra e ci si picchia all’inglese…testate in faccia e calci a volontà all’uomo a terra. Del resto le premesse c’erano tutte: . la regista, esordiente, tale Lexi Alexander , nella sua prima vita è stata campionessa di arti marziali e kich boxing e, da qualche parte ho letto, è stata iniziata al pathos da stadio dal fratello, membro di una firm tedesca. . Lo screenplay è di Dougie Brimson, uno dei massimi esperti inglesi del fenomeno hooligans nonché autore di saggi e romanzi sul tema. Dougie Brinson si è portato in dote Jon Baird, autore nel 2003 di un cortometraggio dal titolo “Iit’s a Casual Life”, che narra le gesta della firm del Chelsea, i “Chelsea Headhunter” . La produzione si avvale della consulenza di Cass Pennant, membro fondatore e capo della I.C.F. (intercity firm), la firm del West Ham, una delle più spietate e violente firm inglesi degli anni ‘80. Alla fine degli anni 80’ Cass Pennant appende la sciarpa al chiodo( complice a quanto pare la strage allo stadio Eysel) ed usa mani e testa per atti più civili che spaccare il naso ai membri delle altre firms, diventando consulente del governo inglese per la prevenzione della violenza negli stadi, consulente per le scene di rissa in alcuni film, tra cui The Snatch ed autore del romanzo “Congratulazioni. Hai appena incontrato la I.C.F.” che ha ispirato il film di cui stiamo parlando. Da tutto ciò si deduce che l’intenzione era quella di ricostruire con accuratezza il mondo hooligans dell’East End londinese anni ’80, nel momento d’oro delle firms inglesi e del movimento casual ed innestarci un soggetto più commerciale, con tanto di attore famoso. A mio modesto avviso la ricostruzione è riuscita ( anche se non capisco perché ambientare ai giorni nostri fatti accaduti 20 anni fa), l’innesto meno. Il plot è semplice e lineare, direi classico: Mat ( Eljiah Wood), studente di giornalismo ad Harvard, viene espulso a due mesi dalla laurea, perché accusato di detenzione di cocaina. La cocaina è in realtà del compagno di stanza, rampollo di una potente e prestigiosa famiglia. Mat, convinto di non aver possibilità di difesa nei confronti dell’influente colpevole, con atteggiamento arrendevole lascia l’università e, con i soldi offerti dal compagno a titolo di risarcimento, parte alla volta di Londra, dove vive la sorella. Non fa in tempo a salutare sorella e nipotino che conosce Pete (Charlie Hunnam), cognato della sorella, leader della G.S.E., la firm del West Ham United. Da qui parte il viaggio iniziatico di Mat, con Pete a fargli da Virgilio. Mat imparerà che è vietato chiamare il football, soccer; che l’incontro calcistico è solo un pretesto per poi scontrarsi, che ci si scontra senza armi ( prendessero esempio gli ultras nostrani ), che ogni club europeo che si rispetti ha una o più firm, che una firm è un gruppo, una crew di tifosi dediti all’ultraviolenza e alla costante ricerca dello scontro fisico con le altre firm per dimostrare il proprio valore; che niente, in analogia con il medioevale spirito cavalleresco, vale più dell’onore e della lealtà verso i compagni, che i membri di una firm non sono necessariamente delinquenti, che hanno lavori normali e vite normali; che, sulla metro, si alzano per cedere il posto alle signore; che non usano sciarpe e striscioni per understatement; che si vestono casual per lo stesso motivo ( ineccepibile il lavoro della costumista che ha vestito gli attori con adidas, lacoste, tacchini, fred perry, stone island ovvero le marche usate dal movimento casual a cui si riferisce la pellicola). Mat capirà che per sentirsi vivo, ha bisogno di appartenere a qualcosa, fosse anche una gang da stadio, di cameratismo e goliardia, di bevute al pub e di sentire che i suoi amici si fidano di lui….ma, soprattutto, ha bisogno di violenza, di picchiare ed essere picchiato, di paura ed adrenalina – in questo elemento le principali critiche e censure mosse al film, che non prende le distanze dalla metamorfosi di Mat ma la osserva compiaciuto, come a dire: “c’è un hooligan in ognuno di noi”; tesi già proposta in un precedente bel film inglese del 1995, per la regia di Philip Davis, dal titolo italiano “Hooligans”, ma dall’inequivocabile titolo originale “ I.D.”, carta d’identità, ovvero la perdita della reale identità di un poliziotto che si infiltra in una firm per condurre un’indagine ma viene sedotto dalle stesse emozioni che seducono il nostro Mat e si “perde” definitivamente. Il resto della storia scorre secondo cliché già visti, tra una rissa e l’altra. Un velo di superficialità si stende sulla definizione dei caratteri dei personaggi, sul rapporto padre/figlio, sulle dinamiche dei gruppi chiusi, sulle difficoltà di inserimento del diverso ( yankee e giornalista), sulla “mitologica” maschera del traditore che si pente e ravvede…and so on…ma non è per questo che avevo noleggiato il film, vero?

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