The departed

Inserito da Roberto Tabucchi | Pubblicato in Recensioni | data 03-03-2007

Era l’ora che i giurati degli Academy Awards riparassero alla storica ingiustizia e assegnassero l’oscar a Martin Scorsese: migliore regia e miglior film per “The Departed”, un magnifico noir diretto dall’ultimo maestro del cinema d’oltreoceano. Dopo la recente “dipartita” del collega Robert Altman (vera e propria icona del cinema d’autore americano) rimane lui, Mr. Scorsese, l’erede della grande scuola statunitense. E dopo più di trent’anni dall’uscita di “Mean Sreets” e di “Taxi Driver”, il regista continua a regalarci straordinari saggi di cinema sulla violenza delle strade d’America, sul buio dei bassifondi, sulle gesta della criminalità organizzata e della polizia, ugualmente mitizzate, nel bene e nel male. Prima di lui nessuno aveva raccontato così bene la vita di “quei bravi ragazzi” che scelgono la cattiva strada con l’unica determinazione della propria rabbia e il vuoto di una povertà a cui non vogliono arrendersi. Prima di lui nessuno ci aveva fatto conoscere gli italiani di “broccolino”, che spargevano fiumi di sangue nella Little Italy della sua adolescenza, o quei personaggi affamati di megalomania capitalistica che costruivano “Casinò” a Las Vegas. Prima di lui tutto questo non era poetica cinematografica e quei ritratti erano solo povere macchiette sbiadite. Ma Scorsese ci ha fatto scoprire l’America, la sua rabbia, la sua crudeltà e la sua poesia. Ed ora, dopo le grandi ricostruzioni d’epoca di “Gangs of New York” e “The Aviator”, torna a raccontarci una maledetta storia contemporanea, e torna a giocare la sua vecchia partita con la morte: “departed” significa, nel linguaggio usato nei necrologi, i dipartiti, cioè quelli che se ne sono andati al creatore o, come in questo caso, all’inferno. Raccontando una storia di tradimenti, doppi giochi e ambiguità, il regista ritorna quindi ai temi del peccato e dell’espiazione in un’ottica di matrice cattolica. Abbandonato il quartiere di New York della sua infanzia, il vecchio Martin ci fa entrare nelle strade malfamate di Boston, nei luoghi perduti di una grande città in cui i criminali e chi dovrebbe combatterli (entrambi di origine irlandese) usano gli stessi metodi: violenti, brutali, spietati. L’intreccio degli inganni è tale che niente avviene come si immagina, niente è progettato per confortare lo spettatore. Lo scontro non è tanto tra “buoni e cattivi”, ma tra l’apparenza e la realtà, la maschera e il volto, il vero e il falso. E il film, nel suo divenire, si trasforma in un viaggio tra gli specchi, una partita a scacchi dove le mosse dell’uno influenzano quelle dell’altro e il guardarsi reciproco negli occhi per cercare la fiducia o il tradimento diventa l’unica cosa che conta: qual è l’amico, quale il nemico? Dove sta il bene e il male, la verità e la menzogna? Quello di Scorsese è un gioco di silenzi e di contraddizioni. Di luci e ombre tagliate sugli sguardi, sui volti, sulla doppiezza umana che si rivela nei gesti, nei tradimenti, in quelle piccole bassezze che fanno parte dei lati più oscuri dell’essere umano. I 152 minuti di The Departed sono un concentrato di tragedia elisabettiana ingigantito da uno stile visivo che enfatizza ogni dettaglio, sovraccarica ogni espressione, inasprisce ogni moto dell’animo. La sotterranea ambiguità che connota ogni singolo personaggio si specchia nella doppia implicazione delle svolte filmiche essenziali: nei panni del boss malavitoso irlandese, il sempre grande Jack Nicholson delinea con consumata perfezione i chiaroscuri di una personalità malata e irrisolta dalle mille sfumature: padre protettivo e generoso e al contempo assassino spietato e sanguinario. Una sorta di re nero in declino la cui corona comincia ad essere troppo pesante, conscio della propria solitudine nella vita come nella morte. Raccontati in un profilo sdoppiato anche i due infiltrati: Matt Damon (glaciale, imperscrutabile, ambiguo) e Leonardo di Caprio (rabbioso, violento, sprezzante come non mai), due bravi attori capaci di rendere al meglio tutte le sfumature della propria rispettiva metà. Superbo il montaggio della habitué Thelma Schoonmaker, che si guadagna l’oscar scandendo al film un ritmo rock.
La fotografia di Michael Ballhaus (lo stesso di “Gangs of New York” e di “Quei bravi ragazzi”) e la sceneggiatura di William Monahan (altro oscar) lavorano invece per sottrazione e conferiscono alla pellicola un’anima sobria, spietata e terribilmente seducente.

Promo
Promo
Promo
Promo